Recode si trasferisce del tutto in Vox

Recode e Vox stringono una partnership molto forte. Son contento che Recode non smetta di esistere ma anzi – pare – verrà rilanciato: tra i vari siti di news tecnologiche nati nell’ultimo decennio, è quello che mi piace di più (The Ouline ha ogni tanto dei pezzi clamorosi, ma lo trovo illeggibile; Verge è diventato un contenitore infinito, con cose interessantissime perse in un mare di fuffa). In più, come si può non amare Kara Swisher?

Let me be clear, for those who enjoy heedless media speculation: The Recode brand remains the same; the Code conferences remain the same; the podcasts remain the same; the television specials we do with MSNBC remain the same. And I am not going anywhere either, because Recode has allowed me — whatever the medium — the great gift of being able to do what journalists are supposed to do. Which is to say, to use an old journalism bromide: Afflict the comfortable and comfort the afflicted. [link]

Twitter Disclosure

Con un thread pubblicato ieri sera sul profilo del suo Policy Team, Twitter ha annunciato la pubblicazione di una mole notevole di dati riconducibili alle attività del famigerato Internet Research Institute, l’organizzazione russa conosciuta come Fabbrica dei Troll.

Stiamo parlando di una grande quantità di materiale, almeno dieci milioni di tweet di quasi quattromila account diversi; due milioni di file multimediali fra video, GIF e dirette Periscope.

Tutte queste informazioni sarebbero state utilizzate per veicolare propaganda e interferire con le discussioni sociali e politiche relative alle elezioni americane attraverso account falsi che diffondevano opinioni o notizie altrettanto fasulle.

Lo scopo di tutto ciò è la volontà da parte di Twitter di permettere l’analisi delle ingerenze della Russia sull’informazione e sulle coscienze delle persone a livello globale. Non è difficile immaginare che già molto presto si avranno risultati interessanti da parte di giornalisti o analisti di dati.

Già ad inizio anno, Twitter aveva pubblicato alcuni dati relativi all’attività dell’IRI e un paio di settimane fa comunicava altre restrizioni delle proprie regole di condotta e utilizzo.

Il Guardian guadagna di più dal digitale che dal cartaceo

Per il momento lo scarto è di un milione di sterline, non uno stacco incolmabile: ma è sicuramente una cosa impensabile fino a pochi anni fa.

The Guardian’s parent company now earns more money from its digital operations than from its print newspapers for the first time in its history, aided by increased support from readers making online contributions.
Guardian Media Group (GMG), which also owns the Observer, said it had a total of 570,000 members who give regular financial support to the organisation, up from 500,000 at the end of last year. Income was further boosted by 375,000 one-off contributions from readers in the past 12 months. [link]

Facebook would make a martyr by banning Infowars Quarantine instead, or it’ll be ‘but her emails!’ 2.0

Facebook would make a martyr by banning Infowars.

La lotta alle bufale sbandierata da Facebook potrebbe incontrare il classico rovescio della medaglia secondo cui, eliminando i contenuti che diffondono notizie false, si correrebbe il rischio di dare risalto proprio a questi ultimi.

Nel mirino soprattutto Infowars, il sito che diffonde fake news propagandistiche popolarissimo negli USA e principale attore della campagna presidenziale di Donald Trump.

Poi qui c’è John Oliver che parla di Alex Jones (il fondatore e conduttore), e fa sempre bene rivederlo:

Google dice di no al Pentagono

Leaked Emails Show Google Expected Lucrative Military Drone AI Work to Grow Exponentially

Dopo la rivelazione del fatto che Google stesse lavorando con il Pentagono per fornire ai droni i suoi moduli di AI, alcuni impiegati hanno rassegnato le dimissioni e altri hanno creato una petizione chiedendo che il contratto venisse dismesso.

Oltre che per il malcontento, subodorando la pubblicità negativa per l’azienda e per Cloud AI (un progetto su cui Google sta investendo tantissimo) l’azienda ha deciso di tirarsi fuori.

“I don’t know what would happen if the media starts picking up a theme that Google is secretly building AI weapons or AI technologies to enable weapons for the Defense industry,” she continued. “Google Cloud has been building our theme on Democratizing AI in 2017, and Diane and I have been talking about Humanistic AI for enterprise. I’d be super careful to protect these very positive images.”

Print is dead. Long live print.

Print is dead. Long live print.

It gives me the chills. But I guess this paragraph has a underestimated truth in it:

Chyi began conducting surveys and collecting readership data, analyzing it all in academic papers and a recent book titled, Trial and Error: U.S. Newspapers’ Digital Struggles Toward Inferiority. She has come to believe that the digital shift has been a disaster for media organizations, and that there is no evidence online news will ever be economically or culturally viable. “They have killed print, their core product, with all of their focus online,” Chyi told me in an interview.

The day newspapers and magazines gave all their content away for free on the web, that day was the beginning of the tragedy. Now everybody think that news on the web have to be free.

Fixing fake news: Treat the problem not just the symptom

Fixing fake news: Treat the problem not just the symptom

Tom Trewinnard:

We would like to ask a difficult question: why are people in vast and unprecedented numbers turning to fake news? Facebook’s News Feed algorithm may amplify engagement with misinformation but it cannot bear sole responsibility for the broken information ecosystem in which fake news thrives. We can do more to address the symptom of fake news online, but we cannot fail to address the underlying sickness: for broad sections of society trust in journalistic institutions has almost completely disintegrated. Newsrooms need urgent change if they are to remain relevant to the diverse public they hope to serve.