Pare a volte che Facebook lo faccia apposta

Anche quando non è per forza di cosa colpa sua: per esempio in questo caso: un’estensione per i browser che ha permesso ad hacker probabilmente russi di rubare i messaggi privati di 81mila account.

A new report might make you think twice before installing that next Chrome extension. The private Facebook messages of at least 81,000 people have reportedly been stolen, probably due to an exploit in a browser extension, and compromised accounts are now apparently up for sale for just $0.10 apiece. [link]

Facebook ha mentito spudoratamente

Riguardo i tempi di consumo dei video sulla propria piattaforma, per attirare più investitori pubblicitari. Se non è frode questa.

Not only did Facebook inflate ad-watching metrics by up to 900 percent, it knew for more than a year that its average-viewership estimates were wrong and kept quiet about it, a new legal filing claims. [link]

C’era ancora gente che usava Google+

Google ha annunciato che chiuderà Google+, il suo tentativo di social network. Un tentativo che non ha mai davvero preso piede, nemmeno in confronto a Twitter (quantomeno, non a livello di mind share).

La notizia più importante però non riesco a decidere se è questa della chiusura, oppure il fatto che per anni un errore delle API ha permesso un caso simile a quello di Cambridge Analytica: se un utente garantiva l’accesso ad un’app di terze parti, gli sviluppatori dell’app potevano accedere non solo ai suoi dati privati, ma anche a quelli dei suoi amici.

Le informazioni includono nome, indirizzi, genere sessuale, lavoro ed età, anche quando le impostazioni sostenevano fossero riservate.

E cos’ha pensato ben di fare, Google? Nascondere il tutto sotto il tappeto, per paura di finire sotto i riflettori come Facebook (la scoperta e la chiusura del bug erano coevi allo scoppio del caso di Cambridge Analytica), oppure chiamati a testimoniare di fronte al Congresso statunitense. Poi ha comunicato che avrebbe chiuso l’accesso da parte degli utenti privati a Google+, non appena il Wall Street Journal ha pubblicato una storia su questa falla di sicurezza e sul tentativo di insabbiarla.

Disclosure will likely result “in us coming into the spotlight alongside or even instead of Facebook despite having stayed under the radar throughout the Cambridge Analytica scandal”, Google policy and legal officials wrote in a memo obtained by the Journal. It “almost guarantees Sundar will testify before Congress”, the memo said, referring to the company’s CEO, Sundar Pichai. The disclosure would also invite “immediate regulatory interest”. [link]

Disturbo da stress post-traumatico a causa di Facebook

Selena Scola ha fatto causa a Facebook perché per filtrare tutti i contenuti violenti ed evitare che siano visibili dagli utenti ha subito uno shock psicologico notevole, che le ha causato un disturbo da stress post-traumatico. Tipo quello dei soldati di ritorno dalla guerra, per capirci.

Facebook sta analizzando tutti i materiali portati a sostegno della causa di Scola, sostenendo che i propri impiegati ricevono addestramento e sostegno, e che di solito chiede ai propri fornitori di offrire sostegno psicologico. Credo che implicitamente stiano rimbalzando le accuse e indirizzandole all’effettivo datore di lavoro di Scola.

Per garantire la massima sicurezza sulla propria piattaforma Facebook ha creato una squadra di circa 10mila persone – che entro fine anno dovrebbero arrivare a 20mila. Ovviamente la maggior parte di questi lavorano attraverso aziende o agenzie terze, che secondo Facebook dovrebbero garantire gli stessi benefit che l’azienda fornisce ai propri.

Penso comunque che esempi di stress post-traumatico a causa di molestie e abusi sui social network siano molteplici, in giro per il mondo. (Non che questo sminuisca la situazione di Selena Scola, eh.)

Robe che i dissing tra rapper, a confronto, son poca cosa

Dopo che i fondatori di Instagram hanno abbandonato Facebook, sono iniziate un po’ di speculazioni sui perché e i percome. Con un tempismo eccezionale, Forbes è andata a intervistare Brian Acton, uno dei fondatori di WhatsApp, che aveva abbandonato Facebook prima di poter incassare le quote dell’azienda, rinunciando di fatto a 850 milioni di dollari. Ne viene fuori un ritratto pessimo di Facebook, e anche di Zuckerberg, anche se credo che questo risultato fosse ampiamente prevedibile: se dici che la privacy dei tuoi utenti ti sta a cuore non vendi la tua app a un’azienda che non ha idea di cosa farsene, della privacy degli utenti. E i 22 miliardi di dollari che quest’azienda è disposta a pagare non ti leveranno mai i dubbi.

Uno dei pezzi grossi di Facebook se l’è presa, per questa intervista, e ha risposto a tono ad Acton. Tra le due comunque ti consiglio il pezzo di Forbes, estremamente curato, e davvero interessante.

Se i fondatori di Instagram se ne sono andati magari è colpa di Zuckerberg

L’altra settimana è stato reso pubblico l’addio dei fondatori di Instagram dalla loro stessa piattaforma (e da Facebook in generale, visto che è Facebook che s’è comprata Instagram nel 2012). Nei giorni seguenti, sono state avanzate diverse ipotesi riguardo i motivi di questa scelta e molti indicano nel buon Mark il motivo principale.

Instagram co-founders Kevin Systrom and Mike Krieger are resigning from the company they built amid frustration and agitation with Facebook CEO Mark Zuckerberg’s increased meddling and control over Instagram, according to sources. [link]

Come ho detto l’altro giorno: l’ipotesi che Facebook voglia monetizzare in maniera totale Instagram è tra gli indiziati principali, e probabilmente c’entra qualcosa l’invasione di privacy che questo comporterà. (Ma, per il momento, è supposizione e basta.)

(Questa è una di quelle giornate dove i link che vi proponiamo sembrano andare tutti nella direzione di dimostrare che Facebook è Il Male. Be’, un po’ lo pensiamo, ma è soltanto una coincidenza di programmazione editoriale, quella che potrebbe far sorgere il sospetto!)

I fondatori di Instagram lasciano l’azienda

Notevole. Mi chiedo se ci siano ragioni simili a quelle che hanno portato all’allontanamento dei fondatori di WhatsApp dalla stessa azienda: Facebook.

Kevin Systrom and Mike Krieger, the co-founders of the photo-sharing app Instagram, have resigned and plan to leave the company in the coming weeks, adding to the challenges facing Instagram’s parent company, Facebook. [link]

Alleged Facebook scammer arrested in Ecuador after three years on the run

Qualche anno fa, tale Paul Ceglia accusò Mark Zuckerberg di aver firmato con lui un contratto per sviluppare del software e di non averlo mai onorato.

Quel contratto si rivelò poi falso, ma Ceglia restò noto come The Facebook Scammer.

Oggi, dopo una serie di fughe dagli arresti e dalle carceri, è in Ecuador a sperare che non ci si mettano d’impegno a farlo restare in qualche cella.

An opportunity presented itself, so I MacGyver’d some things together and started running for my life. [link]

Spyware made in Facebook, ma non più su iOS

Apple ha rimosso dall’App Store Onavo, la VPN di Facebook. (Senti come già suona un controsenso, questa frase: VPN di Facebook?)

Onavo, a free VPN, promised to “keep you and your data safe when you browse and share information on the web,” but the app’s real purpose was tracking user activity across multiple different apps to learn insights about how Facebook customers use third-party apps.

Whenever a person using Onavo opens up an app or website, traffic is redirected to Facebook’s servers, which log the action in a database to allow Facebook to draw conclusions about app usage from aggregated data. [link]

Tempo di cambiare i vertici di Facebook

È che non si può fare, per via della struttura societaria di Facebook stessa. E poi diciamocelo: per toglierlo da lì bisognerebbe che facesse del male all’azienda e agli investitori. Ma a parte bruciare 120 miliardi in un giorno solo, Facebook è in crescita costante da praticamente sempre. Vediamo cosa succederà con i prossimi risultati trimestrali, ma temo che tutto quello che potrebbe cambiare sono i nomi ai vertici: l’idea di base di Facebook, prendere i tuoi dati e usarli per arricchirsi, rimarrà identica.

Nonostante questo, il pezzo di Natasha Lomas è un bel pezzo.

Facebook would make a martyr by banning Infowars Quarantine instead, or it’ll be ‘but her emails!’ 2.0

Facebook would make a martyr by banning Infowars.

La lotta alle bufale sbandierata da Facebook potrebbe incontrare il classico rovescio della medaglia secondo cui, eliminando i contenuti che diffondono notizie false, si correrebbe il rischio di dare risalto proprio a questi ultimi.

Nel mirino soprattutto Infowars, il sito che diffonde fake news propagandistiche popolarissimo negli USA e principale attore della campagna presidenziale di Donald Trump.

Poi qui c’è John Oliver che parla di Alex Jones (il fondatore e conduttore), e fa sempre bene rivederlo:

The AI revolution will be led by toasters, not droids

La strada per l’addestramento delle intelligenze artificiali passa per il riuscire a far elaborare delle ricette corrette.

Gli attuali algoritmi utilizzano ancora generalizzazioni e semplificazioni che non permettono di ottimizzare ma semplicemente di tagliare e cucire dei “compiti” predeterminati che di fatto abbassano la loro resa.

Think of a toaster-sized appliance: it’s easy to build in a couple of slots and some heating coils so it can toast bread. But that leaves little room for anything else. If you try to also add rice-steaming and ice-cream-making functionality, then you’ll have to give up one of the bread slots at least, and it probably won’t be good at anything. [link]

La responsabilità è una fatica enorme

Kara Swisher è una giornalista che apprezzo tantissimo: non importa chi abbia davanti, non si trattiene mai dal fare il commento o la domanda che possono mettere a disagio l’interlocutore. C’è gente che non andrebbe mai a chiedere al CEO di un’azienda della Silicon Valley di render conto delle parti peggiori del proprio business, ma Swisher se ne frega e chiede la cosa sconveniente.

Ha intervistato Mark Zuckerberg e i 90 minuti d’intervista valgono moltissimo. Il ritratto che ne viene fuori è di uno che fatica ad accettare fino in fondo la responsabilità che si è creato, probabilmente perché non pensava che le cose andassero come sono andate. Ma certe cose vanno oltre l’onesto errore:

I’m Jewish, and there’s a set of people who deny that the Holocaust happened.

I find that deeply offensive. But at the end of the day, I don’t believe that our platform should take that down because I think there are things that different people get wrong. I don’t think that they’re intentionally getting it wrong, but I think-

In the case of the Holocaust deniers, they might be, but go ahead.

It’s hard to impugn intent and to understand the intent. I just think, as abhorrent as some of those examples are, I think the reality is also that I get things wrong when I speak publicly. I’m sure you do. I’m sure a lot of leaders and public figures we respect do too, and I just don’t think that it is the right thing to say, “We’re going to take someone off the platform if they get things wrong, even multiple times.” [link]

Questa è forse una delle citazioni che stanno girando di più, estrapolata da un’intervista molto lunga (e che ha costretto Zuckerberg a sottolineare che non appoggia i negazionisti dell’Olocausto), in cui però emerge chiaramente come per quanto Zuckerberg riconosca che certe cose non vanno bene, non vuole fare nulla o quasi nulla per porvi rimedio. Non credo sia un’esagerazione dire che non vuole fare nulla perché significherebbe alienarsi parte del pubblico di Facebook, e questo avrebbe delle ricadute finanziarie gigantesche.

E in ogni caso mi sembra molto coerente con quanto detto da uno dei suoi dirigenti in un altro contesto.

Sì, forse non è proprio bella roba. Ma non la togliamo

Grossomodo si può riassumere così la risposta di Facebook alle svariate segnalazioni di contenuto violento, razzista, d’incitamento all’odio. La abbattiamo nei risultati, ‘sta roba qui: ma non la togliamo.

“Just for being false, that doesn’t violate the community standards.” CNN’s Oliver Darcy asked John Hegeman, the head of Facebook News Feed, why InfoWars is allowed to maintain a page (with over 900,000 followers) when it is notorious for spreading fake news and conspiracy theories like that 9/11 was an inside job and that the Sandy Hook shooting never happened. [link]

Hai presente i moderatori cui Facebook si affida?

Per valutare i casi segnalati dagli utenti, no? Ecco, non fanno niente.

An investigative journalist who went undercover as a Facebook moderator in the UK says the company lets pages from far-right fringe groups “exceed deletion threshold,” and that those pages are “subject to different treatment in the same category as pages belonging to governments and news organizations.” The accusation is a damning one, undermining Facebook’s claims that it is actively trying to cut down on fake news, propaganda, hate speech, and other harmful content that may have significant real-world impact. [link]

In realtà, è perfettamente coerente con quanto pensano alla casa madre.

Senza Facebook non ci sarebbero stati questi disordini in Myanmar

Timothy McLaughlin (per Wired) la tocca piano: Facebook ha contribuito in maniera pesante alle rivolte e ai disordini (di natura religiosa, per lo più) degli ultimi anni. La condivisione di informazioni parziali (quando non errate) è dannosa in territori più o meno tranquilli come l’Italia, figuriamoci in posti turbolenti.

È un articolo da leggere per intero. E ci rendiamo conto che può sembrare che scegliamo di scagliarci sempre e comunque contro Facebook, ma: è così, è una decisione ponderata.

Facebook ha condiviso dati con 61 aziende

Già il mese scorso Facebook aveva ammesso di aver condiviso in maniera più o meno diretta di aver condiviso i dati relativi agli utenti con più di sessanta aziende fra cui Apple, Microsoft, Amazon, Spotify, Samsung e BlackBerry.

Questi ed altri dettagli sono contenuti in un documento di 748 pagine risalente a venerdì scorso e indirizzato al Congresso USA.

These integrations were reviewed by Facebook, which had to
approve implementations of the APIs. Typically, these apps were reviewed and approved by
members of our partnerships and engineering teams.

Facebook annulla il Progetto Aquila

Aquila è il progetto di internet che viene giù dal cielo, cui Facebook stava lavorando da diversi anni (era menzionata in un’intervista che linkammo in questo post). Dicono che non realizzeranno più i velivoli ma si affideranno a una collaborazione con Airbus. E comunque i progressi di Aquila non erano al livello di quelli di Google:

However, Facebook’s efforts paled in comparison to Project Loon, a similar idea using high-altitude balloons rather than a drones. It is being worked on by X, the experimental arm of Google parent company Alphabet.
Project Loon balloons have flown more than 15 million miles of tests, the company has said, with the longest continuous flight lasting almost 190 days. In 2017, the balloons were used by residents of hurricane-ravaged Puerto Rico. [link]