Amazon avrebbe fatto una strana richiesta alla polizia spagnola.

by Carmine Bussone

La notizia è in fase di verifica ed è stata smentita da Amazon (“…the worst kind of misinformation” sarebbe stata definita nella nota).

È comunque un’ulteriore occasione per portare all’attenzione quello che accade in alcuni stabilimenti Amazon, specialmente in Italia, Germania e – appunto – Spagna.

Durante uno degli scioperi previsti nel periodo del Black Friday, per protesta contro le condizioni di lavoro degli operai, la dirigenza di Amazon avrebbe chiesto alla Polizia Spagnola di far rientrare gli impiegati e sorvegliare il loro lavoro.

Le polemiche sul trattamento a dir poco inumano degli impiegati nei magazzini Amazon europei sono note, si va dalle modalità di lavoro allo sfruttamento fisico.

Sempre stando all’articolo di El Confidential, la Polizia avrebbe negato quest’azione e avrebbe solamente fatto in modo da mantenere l’ordine durante la manifestazione e garantire il diritto di sciopero degli operai.

It is an awful place to work [Link 1; Link 2]

Giusto prima del Black Friday abbiamo pubblicato un articolo su questo argomento, corroborato dalla testimonianza di un ex manager di un centro logistico Amazon.

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Ecco a voi l’ingegneria genetica

by Matteo Scandolin

Ci stanno pensando in Cina: pare stiano lavorando a una tecnica di modifica dei geni degli embrioni perché nascano bambini più resistenti all’HIV, vaiolo, colera. Al momento la reazione di chi legge è ambivalente: magari!, da un lato, e un grugnito di preoccupazione dall’altro.

When Chinese researchers first edited the genes of a human embryo in a lab dish in 2015, it sparked global outcry and pleas from scientists not to make a baby using the technology, at least for the present.

It was the invention of a powerful gene-editing tool, CRISPR, which is cheap and easy to deploy, that made the birth of humans genetically modified in an in vitro fertilization (IVF) center a theoretical possibility. [link]

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Il Parlamento Inglese ha ottenuto dei documenti su Facebook in una maniera rocambolesca

by Carmine Bussone

Mark Zuckerberg sta ancora tergiversando sulle risposte da dare al governo inglese in merito allo scandalo Cambridge Analytica.

Il Governo della Regina, però, non è tanto disposto a farsi ignorare. Per questa ragione, ha fermato un dirigente di una compagnia di software americana – la Six4Three – che si trovava sul suolo britannico e l’ha costretto a consegnare il suo computer in cui sarebbero presumibilmente contenute email e documenti confidenziali scambiati con la dirigenza di Facebook e con Zuckerberg stesso.

Questi documenti, sempre secondo le fonti investigative del governo, conterrebbero informazioni su cosa effettivamente sapesse Facebook a proposito della diffusione e dell’utilizzo dei dati degli utenti.

Tutto il contenuto, stando a quanto riferito da Facebook, è comunque coperto da un ordine restrittivo e non potrebbe essere né esaminato né diffuso dal Comitato che ne ha richiesto il sequestro.

Stiamo a vedere cosa faranno la Regina o al limite Wikileaks.

This is an unprecedented move but it’s an unprecedented situation. [Link]

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Le app per monitorare il ciclo non sono pensate per le donne (ma và!)

by Stefania S.

Se non ne usufruite direttamente, è quasi certo che abbiate amiche, parenti, fidanzate, mogli ecc. ecc. che ne fanno uso: sono le app per monitorare il ciclo, sono tantissime, sono disponibili per praticamente ogni piattaforma e, chi l’avrebbe mai detto, non sono pensate per le donne.

Su Period-tracking apps are not for women, Kaitlyn Tyffany fa luce sul mondo sommerso che si cela dietro quelle che possono sembrare semplici strumenti per aiutare le donne.

The ways in which period-tracking or fertility-tracking apps are different reveal the ways most designers think of them: as products that provide information that’s not actually very serious or important medically, and that should exist mostly to convince a woman to spend as much time as possible looking at ads, while supplying the owner with as robust a data set as possible, so they can better target more ads.

 

 

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Com’è lavorare in un centro Amazon durante le vacanze

by Matteo Scandolin

Le vacanze, negli Stati Uniti, iniziano questa settimana, col Ringraziamento, il Black Friday, Cyber Monday e giù dritti fino all’inizio dell’anno nuovo. Moltissimi fanno acquisti su Amazon, durante questi giorni, me compreso: non solo per gli sconti inverosimili, ma anche perché la logistica di Amazon è effettivamente avanti anni luce e permette di ottenere in tempi rapidi quello che cerchi, avvicinandosi all’esperienza di acquisto di un bene digitale. (Lasciamo da parte i capricci: mi è successo in più di un’occasione che qualcosa mi servisse subito.)

Amazon ha sfruttato delle falle e piccole crepe nel sistema produttivo-distributivo che vigeva fino a qualche anno fa, arrivando a una situazione di dominio. Da questo punto di vista è un caso di successo incredibile. Il problema è che per sostenere questo dominio fa ricorso a pratiche che per usare un eufemismo possiamo definire incivili, basti pensare ai diversi report della vita all’interno dei centri di logistica. E non bastano gli account Twitter che passano il tempo a dire quanto lavorare in azienda equivalga a passare del tempo nel paradiso terrestre per migliorare la situazione dell’azienda.

Su Vox è uscita un’intervista a un manager di un centro logistico. Da legger tutta, qui sotto riporto solo uno dei primi paragrafi:

Were there a lot of US vets working at your facility?

Yes, it’s a pretty typical thing for Amazon. It’s easy for Amazon to hire us because they know vets are willing to shut up and cooperate. In my opinion, Amazon is preying on the work-life balance issue that the military has, and feeds off the rigid order the Army teaches. The military is known for being a bastion of sexism, but I had a worse experience at Amazon. It’s way more cutthroat. [link]

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Gli SWATter, presente?

by Matteo Scandolin

Son quei cretini che chiamano le forze di intervento rapido statunitensi (SWAT, come ci insegnano i film) e dicono loro d’intervenire a vuoto, millantando chissà che emergenza pericolosissima e invece mandandoli a sfondare le porte degli appartamenti di gente che non c’entra nulla. Solitamente sono utenti di qualche videogioco di massa online, à la Call of Duty per intenderci.

Tyler Barriss è uno di questi SWATter. Ha causato più di cento interventi inutili della SWAT. L’anno scorso li ha fatti intervenire presso un indirizzo dove pensava ci sarebbe stato un altro giocatore di Call of Duty, e a causa di quest’intervento è morto un uomo di nome Andrew Finch. Barriss rischia venti anni di carcere e, non contento, va su Twitter a minacciare altri interventi della SWAT per cose inutili.

U.S. District Judge Eric Melgren said he would give Barriss a 20-year sentence if he apologized to the Finch family. This may be a difficult proposition considering Barriss accessed the internet in April from jail, writing “I am an eGod” and threatening to SWAT again. [link]

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Non smettiamo di espanderci, come l’universo.

by Stefania S.

Due settimane fa abbiamo dato il benvenuto a Stefania, oggi rivestiamo gli abiti buoni per festeggiare anche l’arrivo di Francesca Balestrieri fra le fila della brigata NRS.

Perché a parlare di privacy e intelligenza artificiale e tutte quelle robe lì non solo si diventa molto sentimentali (cit.) , ma si diventa sempre di più, sempre insieme.

Welcome on board, Francesca!

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Facebook regalerà 4 milioni e mezzo di sterline per addestrare giovani giornalisti

by Matteo Scandolin

Con quei soldi il National Council for the Training of Journalists per i prossimi due anni potrà pagare giovani giornalisti nei quotidiani locali di tutto il Regno Unito. A me sa tanto di «Vedi che sosteniamo il giornalismo, non parlare più male di noi!», ma tant’è. Fa bene il National Council for the Training of Journalists a prendere quei soldi e usarli per questo motivo.

The social networking company will make the money available to subsidise the cost of trainee journalists based in newsrooms across Britain with the objective of providing “reporting from towns which have lost their local newspaper and beat reporters”. [link]

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Vuoi abbonarti a BuzzFeed per garantire un giornalismo di qualità?

by Matteo Scandolin

Ok, il titolo è un po’ troppo cattivo. Negli ultimi anni BuzzFeed ha affiancato alle cagate storiche (i quiz, le liste orrende) un giornalismo di effettiva qualità. Adesso si può anche sostenere il loro lavoro: 5 dollari al mese, oppure 100 all’anno (e ti regalano anche una borsa). L’abbonamento è libero: non è il preludio a un paywall.

However, in an email to the BuzzFeed team, Global News Director Lisa Tozzi said, “A membership program takes time to build, and we don’t expect it to be a huge portion of BuzzFeed’s revenue in 2019. That’s why we’re investing in it now and hope to see it contribute more to our work over time.” [link]

A latere: anche No Rocket Science è e sarà sempre gratuito, ma se vuoi sostenere il nostro lavoro bastano 2€ al mese, associandoti a INUTILE.

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Può l’automatic gender detection essere una minaccia all’identità dei singoli? (Spoiler: sì)

by Stefania S.

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L’AGR, automatic gender recognition (o AGD, automatic gender detection) fa parte dell’ampio sottogruppo di tecnologie di identificazione biometrica che negli ultimi anni ha riscosso un notevole interesse nella comunità scientifica, non solo per quanto concerne le sue possibilità di impiego nell’ambito delle HCI (human-computer interaction) o in quello della sicurezza, ma anche in quello medico e ultimamente anche nel marketing (chi l’avrebbe mai detto?).

Come sempre quando ci si trova davanti a simili tecnologie strettamente correlate al concetto di privacy e identità, è d’obbligo non ignorare alcune domande: quali sono i rischi e i confini etici nell’uso di simili tecnologie? A che punto è il dibattito attuale e soprattutto esiste un dibattito attuale?

Pare che fortunatamente qualcuno sia entrato ancora più nel merito: può l’AGR technology essere una minaccia per le persone gender-nonconforming?

Ne parlano nel un ricco (di collegamenti e spunti di riflessioni) articolo “Gender is personal – not computational”  Foad Hamidi, Morgan Scheuerman e Stacy Branham.

We interviewed 13 transgender and gender-nonconforming people […]They described how being misgendered by algorithms could potentially feel worse than if humans did it. Technology is often perceived or believed to be objective and unbiased, so being wrongly categorized by an algorithm would emphasize the misconception that a transgender identity is inauthentic. One participant described how they would feel hurt if a “million-dollar piece of software developed by however many people” decided that they are not who they themselves believe they are.

 

[…] As digital technologies develop and mature, they can lead to impressive innovations. But as humans direct that work, they should avoid amplifying human biases and prejudices that are negative and limiting. In the case of automatic gender recognition, we do not necessarily conclude that these algorithms should be abandoned. Rather, designers of these systems should be inclusive of, and sensitive to, the diversity and complexity of human identity”

 

Qua invece approfondimento sull’AGR correlato alle HCI: The Misgendering Machines: Trans/HCI Implications of Automatic Gender Recognition

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Si parla seriamente di vita eterna digitale

by Matteo Scandolin

Se n’è già parlato, qui su NRS, e ancora non mi sono fatto un’idea precisa. Credo fermamente che quello che definisce l’essere umano sia la sua mortalità, pertanto rimango molto scettico di notizie come quella riguardante Augmented Eternity, un’azienda che sta cercando di digitalizzare l’essenza di imprenditori perché possa essere un avatar cui chiedere consiglio in qualsiasi momento.

He says Augmented Eternity will take a step toward accommodating various personalities by tailoring the conversation according to context and letting users control what data is accessible to whom. So someday his daughter might consult with his digital family persona, while a former student could ask questions of his academic persona. He sees it as one way of leaving a legacy—a way to keep contributing to society instead of fading to black. [link]

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C’è un problema di Azure e molti utenti Office sono bloccati

by Matteo Scandolin

Uno dei vari prodotti di Microsoft è un sistema di sicurezza multilivello, che consente di tenere al sicuro i propri account utilizzando un ulteriore login attraverso Azure. Che oggi è nel pallone, e un mucchio di utenti di Office 365 sono impossibilitati a entrare nei propri account.

Microsoft’s cloud-based multi-factor authentication services went down across the globe early Monday morning, preventing users who are required to sign in using a second layer of authentication to their account, such as a text message, a push notification on their phone, or a hardware key. You hit the password page, and then you’re stuck — no code, no notification, nothing. [link]

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La pirateria su Nintendo Switch e le sue lotte interne

by Carmine Bussone

Il mondo della pirateria su Nintendo Switch non è fatto solo di gruppi che diffondono illegalmente i giochi per la piattaforma e che riescono a craccare i server della Nintendo o addirittura i loro totem demo.

Fra i pirati, infatti, ci sono vere e proprie schermaglie fatte di insulti, sabotaggio dei rispettivi codici, o addirittura doxxing (la pubblicazione in rete di informazioni personali).

“We mostly stay in the dark due to the legality of what we do,” he added. “By providing such leaks from the shadows […] we try to improve the rate of development.”[Link]

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Solid

by Matteo Scandolin

Un nuovo progetto di Tim Berners-Lee, con al centro – guarda un po’ la privacy.

Solid changes the current model where users have to hand over personal data to digital giants in exchange for perceived value. As we’ve all discovered, this hasn’t been in our best interests. Solid is how we evolve the web in order to restore balance — by giving every one of us complete control over data, personal or not, in a revolutionary way. [link]

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Sapere quanti follower si hanno su Twitter potrebbe essere “poco salutare”.

by Carmine Bussone

Questo è quello che dichiara uno dei dirigenti, Ev Williams.

Il conoscere quanti follower hanno gli altri account potrebbe essere un cattivo incentivo all’utilizzo della piattaforma e potrebbe dare una misura sbagliata del senso stesso di Twitter.

Ancora peggio viene definita la lista delle persone da seguire suggerite.

“I think showing follower counts was probably ultimately detrimental,” Williams said at the Web Summit in Lisbon, Portugal. “It really put in your face that the game was popularity.”[Link]

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Il disturbo di depersonalizzazione post Realtà Virtuale

by Stefania S.

“All the f*cks I don’t give are even bigger in VR”

LE 

La realtà virtuale ha fatto ufficialmente ingresso nelle case dei consumatori da qualche anno (diverso percorso per quanto concerne il settore aziendale e produttivo, se ne parlerà poi), e con essa tutti i contro che si porta dietro; il dibattito e la ricerca puntano la propria attenzione sulla “DPDR post VR” (depersonalization/derealization disorder).

Ne parla in un articolo Tobias van Schenider qua.

Per ulteriori approfondimenti:
– Un breve articolo su Psychologist Today “Virtual Reality as a Mirror of Depersonalization
Virtual Reality Induces Dissociation and Lowers Sense of Presence in Objective Reality di Frederick Aardema, Kieron O’Connor, Sophie Côté, Annie Taillon (Università di Montréal)
– Ovviamente Reddit

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Ti fideresti di un’azienda che si chiama DeepMind?

by Matteo Scandolin

Io no. DeepMind fornisce soluzioni software per alcuni ospedali inglesi, con diversi prodotti tra cui un’app che si chiama Streams. Streams doveva servire per allertare i medici degli ospedali ma alla fine della fiera ha raccolto i dati sanitari di più di un milione e mezzo di pazienti, senza avvertirli.

Ora Google sta comprando DeepMind.

“Our vision is for Streams to now become an AI-powered assistant for nurses and doctors everywhere – combining the best algorithms with intuitive design, all backed up by rigorous evidence. [link]

E il tutto nonostante DeepMind in passato avesse promesso più volte che non avrebbe mai offerto i dati sanitari dei propri utenti a Google: l’avvocatessa Julia Powles l’ha toccata piano, su Twitter, definendola «a trust demolition».

DeepMind ha risposto sostenendo che continuerà a utilizzare le linee guida del servizio sanitario nazionale inglese.

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Ci si può fare molto di più che un selfie

by Matteo Scandolin

La tecnologia che ci portiamo in tasca tutti i giorni è fenomenale, e ogni tanto serve gente come Michel Gondry a ricordarci che con un iPhone si può fare molto più che sfogliare Instagram o farsi un selfie. Lui ci ha fatto un corto da 12′. (E non è certo il solo, a fare film con uno smartphone.)

(La notizia è del 2017, ma il messaggio è sempre valido.)

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“Radio Shack Sucks”: quando su internet la libertà di critica era autogestita (ed erano botte da orbi).

by Stefania S.

Prima di Tripadvisor, prima di Yelp, prima di tutti i portali più famosi dove quotidianamente milioni di persone possono valutare esercizi commerciali e brand, l’arma più diffusa per attaccare una compagnia, un marchio o un particolare servizio era direttamente nelle mani dei singoli utenti del web: era l’era dei “gripe site”, siti creati ad hoc con domini denominati generalmente www.NomeDelBrand-insulto.com che non lasciavano adito a nessun dubbio sul contenuto e sui toni.
Ad una analisi semplicistica può sembrare una buffa usanza passata di un manipolo di smanettoni rancorosi, ma

The rise and fall of gripe sites are an important chapter in the history of the internet. Gripe sites were far more than a place to complain. Rather, they offered a lively, anonymous outlet for consumers and workers to criticize corporate power, and even to organize against it.
As a result, they faced an onslaught of attacks from companies. Gripe sites were the flashpoint for intense legal and regulatory battles—battles that boiled down to a confrontation between two conflicting visions of the internet’s purpose. Who owns the internet, and what is it for? This was the core question in the war over gripe sites, and one that remains no less urgent today.

Un interessante articolo su un passato non così passato della rete, sullo slittamento occorso dall’autogestione della libertà di opinione fino all’attuale subappalto dello spazio e degli strumenti di critica.

Logic Magazine – Radio Shack Sucks

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