La guerra tra Cannes e Netflix

by Matteo Scandolin

Il festival di cinema di Cannes pretende che i film in concorso siano stati al cinema, inteso come luogo dove si vedono i film, per un periodo di tempo ben definito; comunque questi film possono comparire in home video o sui servizi di streaming dopo tre anni dall’uscita nelle sale. Netflix ovviamente di fronte a limitazioni come queste si sente minacciata nel senso stesso della sua esistenza: ha ritirato tutti i film, in concorso o fuori concorso, da Cannes.

What’s at stake is the idea of what a “film” really is—if it matters where or when you see it—and whether the movie industry will broaden its thinking as Netflix wants, or start to put stricter definitions in place.

La questione è complicata. Sono abbonato a Netflix dal primo giorno in cui è arrivato in Italia, ed è la spesa mensile che mi soddisfa di più. Da tanti anni sono convinto che il cinema sia una forma di racconto come un’altra, e sono più interessato al cosa e come di una storia, che non il dove. Non mi metto neanche a discutere che Lawrence d’Arabia a 70 millimetri sia più godibile su uno schermo adatto rispetto a un iPad: perché è vero. Però con l’arrivo sul mercato di telefoni, tablet, computer e televisioni con schermi sempre migliori non me la sento di dire che l’esperienza di godimento maggiore di un film sia esclusivamente la sala cinematografica: anche perché le sale che ti permettono di vedere film in 70 millimetri sono davvero poche. Sono poche, tutto sommato, anche quelle con impianti buoni: qui a Milano lo Space Cinema ha delle sale liberty meravigliose da osservare, con schermi orrendi e impianti audio sparati a mille che rovinano la visione di qualsiasi film. Piuttosto me lo guardo a casa.

Una volta da qualche parte ho letto (o sentito? era un podcast, forse?) che non ci si può aspettare da qualcuno che lavora in un settore che sta venendo spazzato via un’idea vincente per innovare le cose: verranno sempre da persone al di fuori di quel settore, quelle idee, perché non si devono fare carico della storia e dei processi interni a quel settore. Se sono abituato a un processo ‘antico’ per guadagnare il mio stipendio, difficilmente sarò disposto a scardinare tutto pur di sopravvivere. Preferisco che sia il mondo a rallentare.

Ma allo stesso modo non è pensabile che i nuovi arrivati abbiano rispetto per chi c’era. Un po’ perché storicamente non è mai successo, che io sappia. E poi perché alla fine della fiera è una lotta per la sopravvivenza, in più di un senso. Netflix non può farsi carico della situazione delle sale cinematografiche francesi, per dirne una, perché non è il suo mestiere. Il suo mestiere è arrivare nelle case di tutti noi e inchiodarci al pagamento continuativo con un catalogo di vecchi film e programmi televisivi e un buon mix di novità fatte-in-casa. Il passaggio per i festival è secondario, per dare lustro ai suoi stessi film: ma non è fondamentale.

Però è vero che la chiusura delle sale cinematografiche è una pessima cosa: qualsiasi luogo di aggregazione culturale è sacro, e la sua chiusura un fatto da evitare. A Venezia nel corso dei decenni han chiuso decine di sale cinematografiche, per via del progressivo svuotamento della città. Non è una metafora: è quello che è successo davvero. Netflix ha aggiunto nell’ultimo trimestre più di 7 milioni di iscritti, superando le previsioni: non voglio neanche andare a cercare le statistiche relative alla chiusura delle sale, in Italia, in Europa e nel mondo.

Forse una via di mezzo potrebbe essere la più sensata: aspettare tre anni per vedere a casa un film che sta al cinema è davvero eccessivo, ma tre mesi? Un mese?

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Telegram Down

by Carmine Bussone

Telegram, che qualche giorno fa era stata oggetto delle minacce di Vladimir Putin, da qualche minuto ha problemi di raggiungibilità in alcune zone del mondo.

Anche la generazione delle chiavi di crittografia sembra non funzionare correttamente.

 

[UPDATE – 11:50]

Il disservizio sembra sia stato dovuto ad un’interruzione della corrente elettrica.

La ripresa dipenderà dal tempo di reazione dei singoli provider.

[UPDATE 14:02]

Durante l’ultima mezz’ora sembra che la situazione sia stata ripristinata con lente riprese in tutti i paesi.

 

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Facebook e Cambridge Analytica: tutto quello che si sa finora

by Carmine Bussone

La notizia principale di oggi è quella riportata dal New York Times e linkata nel post di ieri.

Cosa è successo

La Cambridge Analytica, una società specializzata nella raccolta di dati da social network, avrebbe utilizzato in maniera non conforme alle policy di Facebook i dati relativi a milioni di utenti.
Fondata da Robert Mercer, un miliardario statunitense con idee molto vicine alla destra americana, Cambridge Analytica ha profondi legami con Breitbart News, il periodico online diretto da Steve Bannon. Bannon, fino a poco tempo fa, era consigliere della comunicazione del presidente Donald Trump.

In questo video, Alexander Nix (CEO di Cambridge Analytics) decanta i servizi della sua azienda fra cui il poter utilizzare delle “ragazze ucraine” come trappola per gli avversari dei suoi clienti:

 

Come hanno fatto

Gli utenti “vittime” dello sfruttamento dei loro dati avevano installato sui loro telefoni un’app chiamata thisisyourdigitallife che avrebbe prodotto, tramite un’analisi precisa dei loro comportamenti sui social (pagine visitate, post, aggiornamenti, like, posizione etc.), una descrizione corretta della loro personalità, arrivando a predire i loro comportamenti.
Per utilizzare l’app era necessario utilizzare le credenziali di login di Facebook per l’accesso ai dati e per tale motivo poteva visualizzare qualunque informazione relativa ai profili degli utenti.
Furono circa 270000 le persone che, nel 2015 (anno in cui le policy di Facebook consentivano ancora di ottenere i dati sulle reti dei profili), installarono l’app e permisero l’accesso ai propri dati.

Cosa c’è di strano

Di fatto nulla, sembrerebbe. Se gli utenti erano in qualche modo consenzienti a fornire i propri dati, ciò non dovrebbe essere una violazione.
Non è proprio così: l’app era stata sviluppata da Aleksandr Kogan, un ricercatore dell’Università di Cambridge che ha poi girato le informazioni ottenute a Cambridge Analytica, in aperta violazione delle policy che impediscono di condividere con terze parti i dati raccolti dalla propria app.

Secondo quanto riportato da Christopher Wylie, ex dipendente di CA, Facebook era a conoscenza di tale violazione da due anni, quando la stessa Cambridge Analytica si sarebbe autodenunciata e avrebbe comunicato la distruzione dei dati ottenuti contro la policy. Non solo tale distruzione – sempre stando al Times – non sarebbe realmente avvenuta, ma Cambridge Analytica è stata sospesa da Facebook solo venerdì scorso, nonostante la società sapesse della violazione da due anni.

È stato un data breach?

No. La raccolta dei dati non è avvenuta sfruttando falle di sistema di Facebook. Si può parlare, invece di policy non sicure sul trattamento dei dati.

Trump cosa c’entra?

Oltre alla chiara connessione con Steve Bannon, che aveva suggerito Cambridge Analytica allo staff del Presidente, pare che Brad Pascale (un esperto informatico assunto da Jared Kushner, genero di Trump) sia stato contattato da CA per una demo dei loro servizi.
Servizi come diffusione di post e commenti da parte di bot, annunci, produzione di contenuti e notizie mirate agli utenti “fan” di Trump. Proprio quelli che alla fine hanno favorito la sua vittoria alle elezioni USA.

Cosa succederà adesso?

Saranno molti gli aspetti da chiarire, a partire da quelli tenico/legali.
Zuckerberg è stato convocato dalla Commissione Parlamentare Britannica per un’udienza.
Alex Stamos, il capo della sicurezza di Facebook, potrebbe abbandonare l’azienda entro agosto.
È stata inoltre ingaggiata la società Stroz Friedberg per le indagini forensi.
Nel frattempo c’è stata una riunione interna a Facebook, in cui i dipendenti hanno potuto chiedere informazioni e spiegazioni riguardo tutta la faccenda. Ma era presente solo uno degli avvocati aziendali, Paul Grewal, mentre CEO e COO, Zuckerberg e Sandberg, non c’erano. La notizia è stata recuperata dai presenti, non dai giornalisti di Daily Beast, ma se confermata sarebbe un pessimo segno.

Anche le azioni, ovviamente, ne hanno risentito:

Facebook Stocks

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The Rise and Demise of Halcyon

by Carmine Bussone

La breve storia dell’Halcyon, una console avveniristica e molto costosa con a bordo un’intelligenza artificiale a sintesi e attivazione vocale. Il tutto nel 1985.

Dietro il progetto di questa console c’erano Rick Dyer e Don Bluth. Gli stessi di Dragon’s Lair.

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Guns Found Here

by Carmine Bussone

Un brevissimo documentario, quantomai attuale in seguito alla sparatoria in Florida di ieri

Per un’arcaica legge federale, negli USA non è possibile tenere archivi elettronici dei possessori di armi.
Per risalire al proprietario di un’arma registrata, è necessaria un’indagine dell’ ATF National Tracing Center che scartabella manualmente i suoi registri e che incrocia i dati di produttori e rivenditori.

Una dimostrazione di come la non-tecnologia non è solamente arretratezza.

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Making Machines Speak (1985)

by Carmine Bussone

The Royal Institution è un’importante organizzazione di educazione scientifica del Regno Unito.

I suoi video sono sicuramente fra le cose belle di YouTube.

Fra questi, segnaliamo una conferenza del 1985 sulle tecnologie di sintesi vocale, con antenati di Siri quali con un tubo di gomma e uno stantuffo.

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