La guerra tra Cannes e Netflix

Il festival di cinema di Cannes pretende che i film in concorso siano stati al cinema, inteso come luogo dove si vedono i film, per un periodo di tempo ben definito; comunque questi film possono comparire in home video o sui servizi di streaming dopo tre anni dall’uscita nelle sale. Netflix ovviamente di fronte a limitazioni come queste si sente minacciata nel senso stesso della sua esistenza: ha ritirato tutti i film, in concorso o fuori concorso, da Cannes.

What’s at stake is the idea of what a “film” really is—if it matters where or when you see it—and whether the movie industry will broaden its thinking as Netflix wants, or start to put stricter definitions in place.

La questione è complicata. Sono abbonato a Netflix dal primo giorno in cui è arrivato in Italia, ed è la spesa mensile che mi soddisfa di più. Da tanti anni sono convinto che il cinema sia una forma di racconto come un’altra, e sono più interessato al cosa e come di una storia, che non il dove. Non mi metto neanche a discutere che Lawrence d’Arabia a 70 millimetri sia più godibile su uno schermo adatto rispetto a un iPad: perché è vero. Però con l’arrivo sul mercato di telefoni, tablet, computer e televisioni con schermi sempre migliori non me la sento di dire che l’esperienza di godimento maggiore di un film sia esclusivamente la sala cinematografica: anche perché le sale che ti permettono di vedere film in 70 millimetri sono davvero poche. Sono poche, tutto sommato, anche quelle con impianti buoni: qui a Milano lo Space Cinema ha delle sale liberty meravigliose da osservare, con schermi orrendi e impianti audio sparati a mille che rovinano la visione di qualsiasi film. Piuttosto me lo guardo a casa.

Una volta da qualche parte ho letto (o sentito? era un podcast, forse?) che non ci si può aspettare da qualcuno che lavora in un settore che sta venendo spazzato via un’idea vincente per innovare le cose: verranno sempre da persone al di fuori di quel settore, quelle idee, perché non si devono fare carico della storia e dei processi interni a quel settore. Se sono abituato a un processo ‘antico’ per guadagnare il mio stipendio, difficilmente sarò disposto a scardinare tutto pur di sopravvivere. Preferisco che sia il mondo a rallentare.

Ma allo stesso modo non è pensabile che i nuovi arrivati abbiano rispetto per chi c’era. Un po’ perché storicamente non è mai successo, che io sappia. E poi perché alla fine della fiera è una lotta per la sopravvivenza, in più di un senso. Netflix non può farsi carico della situazione delle sale cinematografiche francesi, per dirne una, perché non è il suo mestiere. Il suo mestiere è arrivare nelle case di tutti noi e inchiodarci al pagamento continuativo con un catalogo di vecchi film e programmi televisivi e un buon mix di novità fatte-in-casa. Il passaggio per i festival è secondario, per dare lustro ai suoi stessi film: ma non è fondamentale.

Però è vero che la chiusura delle sale cinematografiche è una pessima cosa: qualsiasi luogo di aggregazione culturale è sacro, e la sua chiusura un fatto da evitare. A Venezia nel corso dei decenni han chiuso decine di sale cinematografiche, per via del progressivo svuotamento della città. Non è una metafora: è quello che è successo davvero. Netflix ha aggiunto nell’ultimo trimestre più di 7 milioni di iscritti, superando le previsioni: non voglio neanche andare a cercare le statistiche relative alla chiusura delle sale, in Italia, in Europa e nel mondo.

Forse una via di mezzo potrebbe essere la più sensata: aspettare tre anni per vedere a casa un film che sta al cinema è davvero eccessivo, ma tre mesi? Un mese?

Telegram Down

Telegram, che qualche giorno fa era stata oggetto delle minacce di Vladimir Putin, da qualche minuto ha problemi di raggiungibilità in alcune zone del mondo.

Anche la generazione delle chiavi di crittografia sembra non funzionare correttamente.

 

[UPDATE – 11:50]

Il disservizio sembra sia stato dovuto ad un’interruzione della corrente elettrica.

La ripresa dipenderà dal tempo di reazione dei singoli provider.

[UPDATE 14:02]

Durante l’ultima mezz’ora sembra che la situazione sia stata ripristinata con lente riprese in tutti i paesi.

 

Facebook e Cambridge Analytica: tutto quello che si sa finora

La notizia principale di oggi è quella riportata dal New York Times e linkata nel post di ieri.

Cosa è successo

La Cambridge Analytica, una società specializzata nella raccolta di dati da social network, avrebbe utilizzato in maniera non conforme alle policy di Facebook i dati relativi a milioni di utenti.
Fondata da Robert Mercer, un miliardario statunitense con idee molto vicine alla destra americana, Cambridge Analytica ha profondi legami con Breitbart News, il periodico online diretto da Steve Bannon. Bannon, fino a poco tempo fa, era consigliere della comunicazione del presidente Donald Trump.

In questo video, Alexander Nix (CEO di Cambridge Analytics) decanta i servizi della sua azienda fra cui il poter utilizzare delle “ragazze ucraine” come trappola per gli avversari dei suoi clienti:

 

Come hanno fatto

Gli utenti “vittime” dello sfruttamento dei loro dati avevano installato sui loro telefoni un’app chiamata thisisyourdigitallife che avrebbe prodotto, tramite un’analisi precisa dei loro comportamenti sui social (pagine visitate, post, aggiornamenti, like, posizione etc.), una descrizione corretta della loro personalità, arrivando a predire i loro comportamenti.
Per utilizzare l’app era necessario utilizzare le credenziali di login di Facebook per l’accesso ai dati e per tale motivo poteva visualizzare qualunque informazione relativa ai profili degli utenti.
Furono circa 270000 le persone che, nel 2015 (anno in cui le policy di Facebook consentivano ancora di ottenere i dati sulle reti dei profili), installarono l’app e permisero l’accesso ai propri dati.

Cosa c’è di strano

Di fatto nulla, sembrerebbe. Se gli utenti erano in qualche modo consenzienti a fornire i propri dati, ciò non dovrebbe essere una violazione.
Non è proprio così: l’app era stata sviluppata da Aleksandr Kogan, un ricercatore dell’Università di Cambridge che ha poi girato le informazioni ottenute a Cambridge Analytica, in aperta violazione delle policy che impediscono di condividere con terze parti i dati raccolti dalla propria app.

Secondo quanto riportato da Christopher Wylie, ex dipendente di CA, Facebook era a conoscenza di tale violazione da due anni, quando la stessa Cambridge Analytica si sarebbe autodenunciata e avrebbe comunicato la distruzione dei dati ottenuti contro la policy. Non solo tale distruzione – sempre stando al Times – non sarebbe realmente avvenuta, ma Cambridge Analytica è stata sospesa da Facebook solo venerdì scorso, nonostante la società sapesse della violazione da due anni.

È stato un data breach?

No. La raccolta dei dati non è avvenuta sfruttando falle di sistema di Facebook. Si può parlare, invece di policy non sicure sul trattamento dei dati.

Trump cosa c’entra?

Oltre alla chiara connessione con Steve Bannon, che aveva suggerito Cambridge Analytica allo staff del Presidente, pare che Brad Pascale (un esperto informatico assunto da Jared Kushner, genero di Trump) sia stato contattato da CA per una demo dei loro servizi.
Servizi come diffusione di post e commenti da parte di bot, annunci, produzione di contenuti e notizie mirate agli utenti “fan” di Trump. Proprio quelli che alla fine hanno favorito la sua vittoria alle elezioni USA.

Cosa succederà adesso?

Saranno molti gli aspetti da chiarire, a partire da quelli tenico/legali.
Zuckerberg è stato convocato dalla Commissione Parlamentare Britannica per un’udienza.
Alex Stamos, il capo della sicurezza di Facebook, potrebbe abbandonare l’azienda entro agosto.
È stata inoltre ingaggiata la società Stroz Friedberg per le indagini forensi.
Nel frattempo c’è stata una riunione interna a Facebook, in cui i dipendenti hanno potuto chiedere informazioni e spiegazioni riguardo tutta la faccenda. Ma era presente solo uno degli avvocati aziendali, Paul Grewal, mentre CEO e COO, Zuckerberg e Sandberg, non c’erano. La notizia è stata recuperata dai presenti, non dai giornalisti di Daily Beast, ma se confermata sarebbe un pessimo segno.

Anche le azioni, ovviamente, ne hanno risentito:

Facebook Stocks

The Rise and Demise of Halcyon

La breve storia dell’Halcyon, una console avveniristica e molto costosa con a bordo un’intelligenza artificiale a sintesi e attivazione vocale. Il tutto nel 1985.

Dietro il progetto di questa console c’erano Rick Dyer e Don Bluth. Gli stessi di Dragon’s Lair.

Guns Found Here

Un brevissimo documentario, quantomai attuale in seguito alla sparatoria in Florida di ieri

Per un’arcaica legge federale, negli USA non è possibile tenere archivi elettronici dei possessori di armi.
Per risalire al proprietario di un’arma registrata, è necessaria un’indagine dell’ ATF National Tracing Center che scartabella manualmente i suoi registri e che incrocia i dati di produttori e rivenditori.

Una dimostrazione di come la non-tecnologia non è solamente arretratezza.

Making Machines Speak (1985)

The Royal Institution è un’importante organizzazione di educazione scientifica del Regno Unito.

I suoi video sono sicuramente fra le cose belle di YouTube.

Fra questi, segnaliamo una conferenza del 1985 sulle tecnologie di sintesi vocale, con antenati di Siri quali con un tubo di gomma e uno stantuffo.

Tutti Vogliono Amazon

Non crederete mai a quello che sta succedendo nelle città americane dopo che Amazon ha pubblicato a inizio settembre un bando per la scelta della città in cui aprire un secondo quartier generale negli Stati Uniti.

Praticamente ogni sindaco di ogni città americana ha risposto all’appello. Anche se attualmente le candidature ufficiali sono 230.

Le proposte per attirare la compagnia di Seattle nella propria città, che come descritto dal bando verranno valutate anche per la loro originalità, vanno dalla detassazione per 2 miliardi di dollari e la costruzione di uno stadio di Chicago, alla fornitura di sandwich per i dipendenti di Pittsburgh.

Assoluto diritto di menzione hanno anche Tucson che regala a Bezos un cactus di sei metri e mezzo (?) e una cittadina della Georgia che promette di delimitare un’area grande poco più di un chilometro quadrato per creare un’altra città e chiamarla Amazon. Anche se pare che il consiglio comunale abbia votato contro.

Amazon deciderà l’anno prossimo e fino ad allora ci si aspettano altre proposte di calibro sempre più alto. In tutti i sensi.

Walk Like a Medieval

Anche l’abbigliamento è in qualche modo tecnologia.

Nel medioevo, le scarpe erano fatte diversamente e costringevano a camminare con un’andatura che – sebbene strana – risulterebbe più salutare per la nostra schiena.

The first app I fell in love with in a long time

When was the last time you fell in love with an app? There are a handful of apps on my phone I like and I appreciate immensely. They aren’t just tools I use but also meaningful experiences, things so well crafted that using them brings me joy. I also download and try out a lot of stuff. I’m a designer and I think it’s part of my job to try new things, understand how they are made and what experiences they offer. But despite being such a heavy user, very few apps get a permanent spot on my phone. I’m not alone. A 2016 analysis from Andrew Chen, analyst and member of the Uber growth team, says that over 80% of the apps downloaded from the Google Play store are never used again after the first 72 hours. Never. Again.

A few days ago, it happened again. I fell in love with an app. It’s not from a big brand, it doesn’t have a great icon and it doesn’t have a perfect user interface (quite the opposite, actually) but it’s a ton of fun, and I think it fills something that I was missing in my life. It’s called Squigglish and it’s a delightful drawing app that uses a bit of math to breathe some life into drawings 👆 like this 👇.

The developer is Olivia Walch, an American Mathematician and comic artist that clearly found a way to mix her two passions. At first, the app seems to work like any other drawing app… but there’s a twist. After a line is drawn on the canvas, it immediately starts to “wiggle”. So if you draw a face, it will wink and if you draw a bird it will flap its wings. Squigglish also has few brushes, options to add colors or use pictures as background but very little more than that. I already have a long wish list of things I hope Oliva implements in the future versions of Squigglish but, I’m already incredibly happy about it.

I used to draw a lot when I was younger but I slowly stopped and drawing became harder and less interesting for me. Squigglish kind of re-ignited a little flame. The animated effect it adds makes almost everything at least a little interesting and even if I don’t have a tablet and a pen, the drawing I create by swiping my fingers on the phone screen are still good enough that I want to share them and, more importantly, do more of them. It has been a little more than three days since I downloaded Squigglish and I don’t think I’m going to delete it anytime soon.

[originally published on Jacopo’s blog.]

We all get old, even our gadgets

Chris Meadows has written a piece prompted by Arlo Gilbert’s Medium post on Revolv, Alphabet, and hummus.
It’s a good piece, and has some wisdom to share: we totally partake his advice to back up your ebooks to universal formats (really: any files you own), because when formats are dropped and standards change, and they will someday, you’ll be left alone with things you can enjoy only by using devices that sooner or later will break down the road.

We don’t quite follow this, though:

As I noted in my own comment in response on Medium, my first-generation iPod Touch is now useless and my first-generation iPad is largely useless. None of the apps available for download are compatible with their antiquated operating systems anymore.

Technical obsolescence is a shitty problem, but comparing iPad software incompatibility with Revolv shutting down is like apples and oranges (no pun intended): you can still use an old piece of tech with outdated OS and apps although you’d probably prefer to be somewhere else doing something else. Alphabet is shutting down Revolv and it will totally be useless on May 15. It’s quite different.

I bought an iPhone in 2008 when it became available for the first time in Italy. It was an iPhone 3G, it was beautiful, and it was “old” after a year when Apple introduced the iPhone 3GS. But I used it for two years, before giving it to my fiancée: she used it for another four years. Outdated? Yes. Painfully slow? Hell, yes. But it worked. And she used it. Revolv will become an unresponsive box in less than a month.

Technology moves fast, and most people don’t understand this: they think that they bought something that will last until it breaks. While there are definitely exceptions (as noted before, my iPhone 3G lasted 6 years – almost to the date), most of the times a software update will ruin something. And this passage from Meadows piece is true:

Early adopters of anything live life on the bleeding edge, and the way that edge sometimes chops off your devices’ compatibility or functionality is one of the problems that comes with that. It hasn’t just bitten adopters of Revolv, either.

(Anyway, please backup your files. Do it now. Please.)