“Radio Shack Sucks”: quando su internet la libertà di critica era autogestita (ed erano botte da orbi).

Prima di Tripadvisor, prima di Yelp, prima di tutti i portali più famosi dove quotidianamente milioni di persone possono valutare esercizi commerciali e brand, l’arma più diffusa per attaccare una compagnia, un marchio o un particolare servizio era direttamente nelle mani dei singoli utenti del web: era l’era dei “gripe site”, siti creati ad hoc con domini denominati generalmente www.NomeDelBrand-insulto.com che non lasciavano adito a nessun dubbio sul contenuto e sui toni.
Ad una analisi semplicistica può sembrare una buffa usanza passata di un manipolo di smanettoni rancorosi, ma

The rise and fall of gripe sites are an important chapter in the history of the internet. Gripe sites were far more than a place to complain. Rather, they offered a lively, anonymous outlet for consumers and workers to criticize corporate power, and even to organize against it.
As a result, they faced an onslaught of attacks from companies. Gripe sites were the flashpoint for intense legal and regulatory battles—battles that boiled down to a confrontation between two conflicting visions of the internet’s purpose. Who owns the internet, and what is it for? This was the core question in the war over gripe sites, and one that remains no less urgent today.

Un interessante articolo su un passato non così passato della rete, sullo slittamento occorso dall’autogestione della libertà di opinione fino all’attuale subappalto dello spazio e degli strumenti di critica.

Logic Magazine – Radio Shack Sucks

La storia del lettore MP3

La storia di un oggetto che da un po’ è stato sostituito dagli smartphone ma che ha (senza paura di dirlo utilizzando un cliché) davvero rivoluzionato il modo di ascoltare la musica.

Dieci anni di app

Non è certo un’esagerazione dire che dieci anni fa Apple cambiò drasticamente il panorama dell’informatica personale. Nel 2007 presentò l’iPhone e nel 2008 diede il colpo decisivo, l’apertura dell’App Store.

Non che non ce ne fossero, prima, di posti dove recuperare applicazioni per i propri computer o dispositivi portatili, così come esistevano già smartphone assimilabili all’idea odierna di smartphone. Ma l’apertura dell’App Store rese tutto più semplice, e diede la stura a un decennio che ha visto le possibilità di internet esplodere ancora più di prima, nel bene e nel male.

Instagram non esisterebbe senza gli smartphone come l’iPhone, o quantomeno: avrebbe impiegato molti più anni prima di diventare un fenomeno mondiale. Twitter stesso viaggiava su binari profondamente diversi prima che ognuno di noi avesse un computer in tasca.

Dal 2014 il solo App Store di Apple muove più soldi di tutta Hollywood. Una cosa impensabile dieci anni fa, eppure è successa: sotto al nostro naso, mentre molti guardavano il dito (le migliaia di app stupide o addirittura dannose che sono nate fin dal primo giorno) e ignoravano la luna (un’accelerazione pazzesca della trasformazione dell’informatica, sempre più personale). E assieme a una marea di soldi, sono arrivati i cambiamenti sociali: piattaforme come Uber e Glovo che aprono scenari interessantissimi spesso a scapito dei diritti lavorativi acquisiti; nuove generazioni che ritengono strumenti che per chi di noi ha più di 30 anni hanno ancora un po’ il sapore della magia, e normali a tal punto che programmare non è più un lavoro da sfigati (no, non lo è mai stato: ma nella percezione comune, è un altro paio di maniche). Dal canto mio, una cosa che ho imparato dall’universo delle app è l’importanza dell’accessibilità, che vale anche per i siti web, ma non ci avevo mai fatto caso prima di sentire quanto è fondamentale nell’uso delle app.

Un sacco di cose ancora funzionano male o funzionano poco: l’App Store genera montagne di denaro, sì, ma la stragrande maggioranza finisce nelle tasche di sviluppatori che sfornano videogiochi al limite del gioco d’azzardo, per esempio. Ma ci sono anche migliaia di app sviluppate da piccole aziende o da persone singole che portano avanti un discorso di qualità e di – parrà strano, in un mondo digitale – sincerità che può accadere solo sul web e, oggi, via app.

Apple ha fatto una bella pagina in cui celebra il traguardo. Sono stati interpellati anche diversi sviluppatori, e un’occhiata la vale.

Su 9to5 Mac, invece, c’è un’analisi sull’evoluzione della grafica nelle icone – e nelle app stesse – in questi dieci anni. Certi design sembrano provenire da un secolo passato e, ehi, era solo il 2008.

Il casino che Twitter sta combinando

Dal 16 agosto 2018 Twitter ha disattivato diverse API relative al funzionamento dei messaggi diretti, menzioni, repliche e lo stream dei messaggi. Sul loro Developer Blog, sostengono che:

There’s no streaming connection capability or home timeline data, which are only used by a small amount of developers (roughly 1% of monthly active apps)

Il problema è che in quell’1% ricadono praticamente tutte le app indipendenti e terze parti che negli anni sono state sviluppate sulla piattaforma di Twitter. Sono app che vengono usate da quelli che si possono considerare power user. Grazie a questi utenti Twitter è sopravvissuto ai primi anni e che anzi hanno contribuito a creare quello che oggi è il servizio – o meglio, le parti positive: il retweet, per esempio, viene dagli utenti ed è stato integrato da una delle app più longeve e famose, Twitterrific. C’è un breve articolo che elenca cinque delle funzioni che possiamo trovare su Twitter e ne rintraccia l’origine: tutte funzioni che vengono dall’ecosistema, non dall’azienda.

Con queste nuove modifiche, Twitter eliminerà la possibilità di accedere ad alcune funzioni fondamentali a tutte le app terze parti: se è vero che si può sopravvivere senza lo streaming in tempo reale dei tweet, o con un ritardo di qualche minuto nelle notifiche delle menzioni, è sicuramente una limitazione notevole. L’impossibilità di ricevere aggiornamenti in tempo reale spingerà sicuramente qualcuno a usare l’app ufficiale o ad abbandonare Twitter. E se gli sviluppatori vorranno utilizzare ancora quelle funzionalità, prego: si parla di migliaia di dollari al mese.

Twitter ha tutto il diritto di fare della propria piattaforma quel che più desidera: questa è una premessa che vorrei fosse tenuta bene a mente. L’esigenza principale è spingere tutti a usare il sito o l’app ufficiale, dove possono “vivere l’esperienza completa di Twitter” (tradotto: subire le pubblicità). Ma è altrettanto evidente come l’1% della base utente non è una perdita eccessiva per gli inserzionisti, e che si tratta di una politica a somma zero presa cercando di giustificarsi in chissà che modo. Non c’è un motivo valido che non metta in cattiva luce i manager di Twitter, riguardo questa cosa. Non c’è alcun senso. Se poi consideriamo che l’app ufficiale o il sito sono orrendi, incasinati e pieni di inserzioni pubblicitarie: c’è poco da fare, io personalmente rimarrò con Tweetbot finché sarà possibile. (E se vuoi i miei soldi, Twitter: chiedimeli. Credo che farmi pagare 10 dollari all’anno per farmi accedere al servizio sia molto più di quello che ti frutterei come utente che subisce la pubblicità.)

Per informazioni, direttamente dagli sviluppatori delle app più importanti, puoi andare a questo sito.

La guerra tra Cannes e Netflix

Il festival di cinema di Cannes pretende che i film in concorso siano stati al cinema, inteso come luogo dove si vedono i film, per un periodo di tempo ben definito; comunque questi film possono comparire in home video o sui servizi di streaming dopo tre anni dall’uscita nelle sale. Netflix ovviamente di fronte a limitazioni come queste si sente minacciata nel senso stesso della sua esistenza: ha ritirato tutti i film, in concorso o fuori concorso, da Cannes.

What’s at stake is the idea of what a “film” really is—if it matters where or when you see it—and whether the movie industry will broaden its thinking as Netflix wants, or start to put stricter definitions in place.

La questione è complicata. Sono abbonato a Netflix dal primo giorno in cui è arrivato in Italia, ed è la spesa mensile che mi soddisfa di più. Da tanti anni sono convinto che il cinema sia una forma di racconto come un’altra, e sono più interessato al cosa e come di una storia, che non il dove. Non mi metto neanche a discutere che Lawrence d’Arabia a 70 millimetri sia più godibile su uno schermo adatto rispetto a un iPad: perché è vero. Però con l’arrivo sul mercato di telefoni, tablet, computer e televisioni con schermi sempre migliori non me la sento di dire che l’esperienza di godimento maggiore di un film sia esclusivamente la sala cinematografica: anche perché le sale che ti permettono di vedere film in 70 millimetri sono davvero poche. Sono poche, tutto sommato, anche quelle con impianti buoni: qui a Milano lo Space Cinema ha delle sale liberty meravigliose da osservare, con schermi orrendi e impianti audio sparati a mille che rovinano la visione di qualsiasi film. Piuttosto me lo guardo a casa.

Una volta da qualche parte ho letto (o sentito? era un podcast, forse?) che non ci si può aspettare da qualcuno che lavora in un settore che sta venendo spazzato via un’idea vincente per innovare le cose: verranno sempre da persone al di fuori di quel settore, quelle idee, perché non si devono fare carico della storia e dei processi interni a quel settore. Se sono abituato a un processo ‘antico’ per guadagnare il mio stipendio, difficilmente sarò disposto a scardinare tutto pur di sopravvivere. Preferisco che sia il mondo a rallentare.

Ma allo stesso modo non è pensabile che i nuovi arrivati abbiano rispetto per chi c’era. Un po’ perché storicamente non è mai successo, che io sappia. E poi perché alla fine della fiera è una lotta per la sopravvivenza, in più di un senso. Netflix non può farsi carico della situazione delle sale cinematografiche francesi, per dirne una, perché non è il suo mestiere. Il suo mestiere è arrivare nelle case di tutti noi e inchiodarci al pagamento continuativo con un catalogo di vecchi film e programmi televisivi e un buon mix di novità fatte-in-casa. Il passaggio per i festival è secondario, per dare lustro ai suoi stessi film: ma non è fondamentale.

Però è vero che la chiusura delle sale cinematografiche è una pessima cosa: qualsiasi luogo di aggregazione culturale è sacro, e la sua chiusura un fatto da evitare. A Venezia nel corso dei decenni han chiuso decine di sale cinematografiche, per via del progressivo svuotamento della città. Non è una metafora: è quello che è successo davvero. Netflix ha aggiunto nell’ultimo trimestre più di 7 milioni di iscritti, superando le previsioni: non voglio neanche andare a cercare le statistiche relative alla chiusura delle sale, in Italia, in Europa e nel mondo.

Forse una via di mezzo potrebbe essere la più sensata: aspettare tre anni per vedere a casa un film che sta al cinema è davvero eccessivo, ma tre mesi? Un mese?

Telegram Down

Telegram, che qualche giorno fa era stata oggetto delle minacce di Vladimir Putin, da qualche minuto ha problemi di raggiungibilità in alcune zone del mondo.

Anche la generazione delle chiavi di crittografia sembra non funzionare correttamente.

 

[UPDATE – 11:50]

Il disservizio sembra sia stato dovuto ad un’interruzione della corrente elettrica.

La ripresa dipenderà dal tempo di reazione dei singoli provider.

[UPDATE 14:02]

Durante l’ultima mezz’ora sembra che la situazione sia stata ripristinata con lente riprese in tutti i paesi.

 

Facebook e Cambridge Analytica: tutto quello che si sa finora

La notizia principale di oggi è quella riportata dal New York Times e linkata nel post di ieri.

Cosa è successo

La Cambridge Analytica, una società specializzata nella raccolta di dati da social network, avrebbe utilizzato in maniera non conforme alle policy di Facebook i dati relativi a milioni di utenti.
Fondata da Robert Mercer, un miliardario statunitense con idee molto vicine alla destra americana, Cambridge Analytica ha profondi legami con Breitbart News, il periodico online diretto da Steve Bannon. Bannon, fino a poco tempo fa, era consigliere della comunicazione del presidente Donald Trump.

In questo video, Alexander Nix (CEO di Cambridge Analytics) decanta i servizi della sua azienda fra cui il poter utilizzare delle “ragazze ucraine” come trappola per gli avversari dei suoi clienti:

 

Come hanno fatto

Gli utenti “vittime” dello sfruttamento dei loro dati avevano installato sui loro telefoni un’app chiamata thisisyourdigitallife che avrebbe prodotto, tramite un’analisi precisa dei loro comportamenti sui social (pagine visitate, post, aggiornamenti, like, posizione etc.), una descrizione corretta della loro personalità, arrivando a predire i loro comportamenti.
Per utilizzare l’app era necessario utilizzare le credenziali di login di Facebook per l’accesso ai dati e per tale motivo poteva visualizzare qualunque informazione relativa ai profili degli utenti.
Furono circa 270000 le persone che, nel 2015 (anno in cui le policy di Facebook consentivano ancora di ottenere i dati sulle reti dei profili), installarono l’app e permisero l’accesso ai propri dati.

Cosa c’è di strano

Di fatto nulla, sembrerebbe. Se gli utenti erano in qualche modo consenzienti a fornire i propri dati, ciò non dovrebbe essere una violazione.
Non è proprio così: l’app era stata sviluppata da Aleksandr Kogan, un ricercatore dell’Università di Cambridge che ha poi girato le informazioni ottenute a Cambridge Analytica, in aperta violazione delle policy che impediscono di condividere con terze parti i dati raccolti dalla propria app.

Secondo quanto riportato da Christopher Wylie, ex dipendente di CA, Facebook era a conoscenza di tale violazione da due anni, quando la stessa Cambridge Analytica si sarebbe autodenunciata e avrebbe comunicato la distruzione dei dati ottenuti contro la policy. Non solo tale distruzione – sempre stando al Times – non sarebbe realmente avvenuta, ma Cambridge Analytica è stata sospesa da Facebook solo venerdì scorso, nonostante la società sapesse della violazione da due anni.

È stato un data breach?

No. La raccolta dei dati non è avvenuta sfruttando falle di sistema di Facebook. Si può parlare, invece di policy non sicure sul trattamento dei dati.

Trump cosa c’entra?

Oltre alla chiara connessione con Steve Bannon, che aveva suggerito Cambridge Analytica allo staff del Presidente, pare che Brad Pascale (un esperto informatico assunto da Jared Kushner, genero di Trump) sia stato contattato da CA per una demo dei loro servizi.
Servizi come diffusione di post e commenti da parte di bot, annunci, produzione di contenuti e notizie mirate agli utenti “fan” di Trump. Proprio quelli che alla fine hanno favorito la sua vittoria alle elezioni USA.

Cosa succederà adesso?

Saranno molti gli aspetti da chiarire, a partire da quelli tenico/legali.
Zuckerberg è stato convocato dalla Commissione Parlamentare Britannica per un’udienza.
Alex Stamos, il capo della sicurezza di Facebook, potrebbe abbandonare l’azienda entro agosto.
È stata inoltre ingaggiata la società Stroz Friedberg per le indagini forensi.
Nel frattempo c’è stata una riunione interna a Facebook, in cui i dipendenti hanno potuto chiedere informazioni e spiegazioni riguardo tutta la faccenda. Ma era presente solo uno degli avvocati aziendali, Paul Grewal, mentre CEO e COO, Zuckerberg e Sandberg, non c’erano. La notizia è stata recuperata dai presenti, non dai giornalisti di Daily Beast, ma se confermata sarebbe un pessimo segno.

Anche le azioni, ovviamente, ne hanno risentito:

Facebook Stocks

The Rise and Demise of Halcyon

La breve storia dell’Halcyon, una console avveniristica e molto costosa con a bordo un’intelligenza artificiale a sintesi e attivazione vocale. Il tutto nel 1985.

Dietro il progetto di questa console c’erano Rick Dyer e Don Bluth. Gli stessi di Dragon’s Lair.

Guns Found Here

Un brevissimo documentario, quantomai attuale in seguito alla sparatoria in Florida di ieri

Per un’arcaica legge federale, negli USA non è possibile tenere archivi elettronici dei possessori di armi.
Per risalire al proprietario di un’arma registrata, è necessaria un’indagine dell’ ATF National Tracing Center che scartabella manualmente i suoi registri e che incrocia i dati di produttori e rivenditori.

Una dimostrazione di come la non-tecnologia non è solamente arretratezza.

Making Machines Speak (1985)

The Royal Institution è un’importante organizzazione di educazione scientifica del Regno Unito.

I suoi video sono sicuramente fra le cose belle di YouTube.

Fra questi, segnaliamo una conferenza del 1985 sulle tecnologie di sintesi vocale, con antenati di Siri quali con un tubo di gomma e uno stantuffo.

Tutti Vogliono Amazon

Non crederete mai a quello che sta succedendo nelle città americane dopo che Amazon ha pubblicato a inizio settembre un bando per la scelta della città in cui aprire un secondo quartier generale negli Stati Uniti.

Praticamente ogni sindaco di ogni città americana ha risposto all’appello. Anche se attualmente le candidature ufficiali sono 230.

Le proposte per attirare la compagnia di Seattle nella propria città, che come descritto dal bando verranno valutate anche per la loro originalità, vanno dalla detassazione per 2 miliardi di dollari e la costruzione di uno stadio di Chicago, alla fornitura di sandwich per i dipendenti di Pittsburgh.

Assoluto diritto di menzione hanno anche Tucson che regala a Bezos un cactus di sei metri e mezzo (?) e una cittadina della Georgia che promette di delimitare un’area grande poco più di un chilometro quadrato per creare un’altra città e chiamarla Amazon. Anche se pare che il consiglio comunale abbia votato contro.

Amazon deciderà l’anno prossimo e fino ad allora ci si aspettano altre proposte di calibro sempre più alto. In tutti i sensi.