Almeno, così sostiene una corte statunitense: sembra un cavillo legale, ma in realtà è una cosa molto grossa.

Chi ci segue da tempo sa che qui Trump non ci sta molto simpatico (lui, e tutto quello che si porta dietro, e tutto quello che rappresenta) (lui, e i suoi equivalenti italiani). Una delle cose che non mi ero mai spiegato razionalmente è il fatto che abbia sempre continuato a usare il proprio account Twitter personale, e non il profilo ufficiale del Presidente degli Stati Uniti (quello che usava, per esempio, Obama). Essendo il suo profilo personale, ha sempre pensato di poter fare quello che gli pareva, tra cui anche bloccare le persone che esprimono dissenso, o cose simili.

Una delle persone bloccate da Trump ha però fatto causa, e la corte le ha dato ragione, stabilendo che il profilo privato di Trump non è più così privato, visto che lo usa anche per comunicare cose ufficiali e di importanza nazionale. Insomma, è un pubblico ufficiale che dice cose da pubblico ufficiale: impedire a qualcuno di seguirlo o interagirci equivale a censura.

Mi piace in modo particolare il fatto che la giudice abbia aggiunto: non imporrò al Presidenti di sbloccare tutti gli account che ha bloccato, perché è un pubblico ufficiale e tutti i pubblici ufficiali devono obbedire alla legge.

“This case requires us to consider whether a public official may, consistent with the First Amendment, ‘block’ a person from his Twitter account in response to the political views that person has expressed, and whether the analysis differs because that public official is the President of the United States,” the decision begins. “The answer to both questions is no.” [link]